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Iran

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  • Author

Sarebbe una prosecuzione del conflitto che ha reso macerie la Striscia di Gaza. Gli schieramenti sono Usa, Israele e paesi arabi da una parte; Iran, Hammas, Hezbollah (sud Libano) e Yemen  - con supporto indiretto di Russia e soprattutto Cina - dall'altra. 

Ciò che frenerebbe Trump (ma in realtà il Pentagono) da un attacco è il timore che la risposta non sarebbe telefonata come lo scorso giugno e ciò potrebbe provocare potenzialmente molte vittime (decine? centinaia?) tra i soldati statunitensi presenti nell'area e tra gli israeliani (sia militari che civili), portando a una guerra vera e propria. Non vi è certezza infatti che in caso di attacco il popolo iraniano si rivolterebbe contro Khamenei e i mujahidin. Non secondario il timore che un conflitto riduca drasticamente l'esportazione di petrolio e gas dai paesi vicini verso il resto del mondo (Europa e Cina in testa). 

Gli obiettivi dell'attacco sarebbero la cancellazione del programma nucleare iraniano (che interessa soprattutto Israele) e - tramite un cambio di regime - l'interruzione della fornitura di petrolio a prezzo di favore alla Cina (citaz.)

Penso che Trump (o chi per esso) sottovaluti la situazione e creda di avere a che fare con un altro Venezuela

Edited by Fabry Geims Din
aggiunta

  • 1 month later...
  • Author

Sarò anche un idealista sognatore, ma ho fiducia nella diplomazia e poi sono Credente

  • 1 month later...
  • Author

Massiiliano Levi E come al solito vi stanno prendendo per i fondelli ed il popolo bue ci casca.

Facciamo un po’ di chiarezza, perché qui si sta creando un allarme che non sta in piedi.

Davvero l’Europa rischia di restare senza petrolio e gas a causa della chiusura dello stretto di Hormuz?

No. E non è un’opinione: lo dicono gli stessi dati ufficiali.

Si ripete ovunque che da lì passa il 20% del petrolio e del gas mondiale. Bene, ma guarda caso si dimenticano sempre di dire un dettaglio fondamentale: circa l’80% di quel flusso finisce in Asia, in Paesi come Cina, India e Indonesia.

Tradotto: al resto del mondo arriva solo una piccola fetta. E dentro quella fetta ci stanno anche Africa ed Europa.

Alla fine dei conti, in Europa arriva appena il 4% circa di quel totale.

E allora di cosa stiamo parlando?

Tutto questo bombardamento mediatico sulla “crisi energetica”, che guarda caso fa schizzare bollette e carburanti, viene venduto come inevitabile. Ma davvero è solo questo? Oppure c’è anche una componente di convenienza e di pressione psicologica?

Perché il copione sembra sempre lo stesso: si crea un clima di paura e poi si presentano soluzioni “necessarie”.

Riducete la velocità. Volate meno. Lavorate da casa. Lasciate l’auto privata e prendete i mezzi pubblici.

E non è finita: solo poco tempo fa si invitavano i cittadini europei a prepararsi alla guerra, a farsi la borsetta di emergenza. Siamo passati dalla pandemia alla guerra, sempre con lo stesso sottofondo: allarme continuo.

A questo punto qualcuno dovrebbe avere il coraggio di dirlo chiaramente: non c’è una vera emergenza energetica in Europa.

C’è una narrazione di emergenza.

Una narrazione che, guarda caso, ricorda molto quella del COVID-19, quando in nome della paura si sono accettate limitazioni che in tempi normali avrebbero fatto scendere milioni di persone in piazza.

E qui sta il punto centrale.

La paura è lo strumento più efficace che esista.

Se hai paura, accetti tutto: restrizioni, controlli, cambiamenti drastici nella tua vita quotidiana. Tutto “per il tuo bene”.

In condizioni normali, quelle stesse misure verrebbero rifiutate senza esitazione.

Ma quando entra in gioco la paura, il metro di giudizio cambia completamente.

La storia lo insegna: la paura è il collante del potere.

E, nelle sue forme peggiori, è sempre stata l’arma preferita dei sistemi più autoritari.

[ Alessandro Spanò ]

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